Il controllo di gestione ha un problema di nome. Suona come un'attività di verifica, qualcosa che si fa a cose fatte per accertare come sia andata. In realtà serve all'opposto: a decidere prima, quando le scelte sono ancora aperte.
La differenza con la contabilità è tutta qui. La contabilità guarda indietro e risponde a un obbligo di legge: dice quanto avete guadagnato l'anno scorso, con criteri stabiliti da altri. Il controllo di gestione guarda avanti e risponde a voi: dice su quali prodotti guadagnate, quali clienti vi costano più di quanto rendano, se potete permettervi l'investimento che state valutando.
Perché il bilancio non basta
Il bilancio dice che l'azienda ha chiuso con un utile. Non dice quale parte dell'azienda l'abbia prodotto.
È l'informazione che manca più spesso nelle PMI, e la sua assenza porta a una situazione ricorrente: si lavora molto, il fatturato cresce, e il risultato non migliora in proporzione. Quasi sempre significa che una parte dell'attività sta sostenendo le perdite di un'altra, senza che nessuno se ne accorga perché i conti si guardano solo aggregati.
Un bilancio in utile può contenere due linee di prodotto delle quali una guadagna il doppio di quanto l'altra perda. Finché i numeri restano sommati, quella struttura è invisibile.
Da dove si comincia
La risposta breve è: dalla domanda che vi tiene svegli. Non da un sistema completo.
L'errore più costoso in una PMI è progettare l'impianto ideale — centri di costo, contabilità analitica, cruscotti, reportistica mensile — e affrontarlo tutto insieme. Richiede mesi, assorbe persone che hanno già un lavoro, e nel frattempo non produce nessuna risposta. Molti progetti si fermano lì.
1. Formulare una domanda concreta
"Su quale prodotto guadagniamo davvero?" oppure "quella commessa è andata bene o male?" oppure "possiamo permetterci di assumere?". Una domanda per volta, scelta perché la risposta cambierebbe una decisione.
2. Capire quali dati servono per rispondere
Quasi sempre meno di quanti si pensi, e spesso già presenti in azienda ma sparsi fra gestionale, fogli di calcolo e teste delle persone.
3. Costruire il minimo indispensabile
Se serve la marginalità per prodotto, si costruisce quella. Non l'intero sistema di contabilità analitica.
4. Usare la risposta
È il passaggio che viene saltato. Un'analisi che non porta a una decisione è un costo. Se scoprite che un prodotto ha margine negativo, la domanda successiva è cosa fare: alzare il prezzo, cambiare il processo, smettere di venderlo. Senza quella, l'analisi è stata un esercizio.
I costi: la parte che confonde
Buona parte delle decisioni sbagliate nasce dal non distinguere due tipi di costo.
Costi variabili
Cambiano con la quantità prodotta: materie prime, lavorazioni esterne, provvigioni. Se non producete, non li sostenete.
Costi fissi
Ci sono comunque: affitto, stipendi, ammortamenti, assicurazioni. Non dipendono dai volumi, almeno entro certi limiti.
Il margine di contribuzione
Ricavo meno costi variabili. È quanto ogni vendita lascia per coprire i costi fissi e, superati quelli, per produrre utile.
È il numero più utile del controllo di gestione perché risponde a una domanda pratica: conviene accettare questo ordine? Un ordine con margine di contribuzione positivo, in una fase di capacità inutilizzata, conviene anche se il suo prezzo non copre la quota di costi fissi che gli verrebbe attribuita — perché quei costi fissi ci sono comunque.
Il punto di pareggio
Il volume di vendite che copre tutti i costi. Sotto si perde, sopra si guadagna. Sapere dove si trova cambia il modo di leggere l'andamento dell'anno: dice quanto margine serve per stare in piedi, e quanto ne resta oltre quella soglia.
L'attribuzione dei costi indiretti
Qui si annidano gli errori più costosi. Ripartire i costi indiretti in proporzione al fatturato è il metodo più diffuso ed è quasi sempre sbagliato: fa sembrare economici i prodotti che vendete molto e costosi quelli di nicchia, indipendentemente da quanta struttura assorbano davvero.
Un prodotto a basso fatturato che richiede continue modifiche, assistenza e riprogrammazioni consuma molte più risorse indirette di uno standard ad alto volume. Con il criterio del fatturato, risulterà il contrario.
Gli indicatori: pochi e collegati a una decisione
Un cruscotto con trenta numeri non viene guardato. Cinque indicatori compresi da tutti, sì.
Il criterio per sceglierli è uno solo: se questo numero peggiora, so cosa fare? Se la risposta è no, l'indicatore è informazione, non uno strumento di governo.
Margine di contribuzione per prodotto
Dove si genera il profitto, al netto della struttura.
Marginalità per cliente
Fatturato meno costi diretti e costi di servizio. Spesso riserva le sorprese maggiori.
Punto di pareggio
Il livello di vendite che tiene in piedi l'azienda.
Giorni di incasso
Quanto tempo passa fra fattura e denaro. Collega il conto economico alla cassa.
Rotazione del magazzino
Quante volte l'anno le scorte si rinnovano. Magazzino fermo è liquidità ferma.
Scostamento preventivo-consuntivo
Di quanto sbagliate le stime, e in quale direzione sistematicamente.
Ogni indicatore ha bisogno di tre cose
Un valore, una soglia di riferimento e una tendenza. "Marginalità 22%" non dice nulla. "Marginalità 22%, obiettivo 28%, in calo da tre mesi" è una segnalazione che chiede una decisione.
L'errore di misurare ciò che è facile
Gli indicatori più semplici da calcolare sono raramente i più utili. Il fatturato per venditore si ottiene subito, ma non dice se quel fatturato porta margine. La marginalità per cliente richiede più lavoro e cambia le decisioni commerciali.
Il collegamento con la cassa
Un'azienda può essere in utile e non riuscire a pagare i fornitori. Succede quando i clienti pagano dopo rispetto a quando l'azienda deve pagare, o quando la crescita assorbe liquidità più in fretta di quanta ne generi.
Il conto economico e la cassa raccontano storie diverse, e nelle PMI la seconda è quella che determina la sopravvivenza. Un sistema di controllo che non include almeno una previsione dei flussi a tre mesi lascia scoperto il rischio più immediato.
Cosa cambia in azienda
Il cambiamento più visibile non è avere più numeri: è che alcune discussioni smettono di essere questioni di opinione.
Se un prodotto ha margine negativo, la discussione non è più fra chi lo difende per ragioni storiche e chi lo vorrebbe eliminare per intuito: è sul dato, e su cosa fare. Se un cliente importante genera meno margine di quanto la sua dimensione suggerisca, la trattativa sul prezzo parte da una base verificabile.
Il secondo effetto riguarda i preventivi. Confrontando sistematicamente previsto e consuntivato, gli errori ricorrenti di stima diventano visibili e le stime successive migliorano da sole. È lento e cumulativo, ed è fra i ritorni più concreti.
Quanto è grande abbastanza
Non esiste una soglia dimensionale. Esiste una soglia di complessità: quando i prodotti, i clienti o le commesse sono abbastanza diversi fra loro da non poter essere valutati con una media, il controllo di gestione serve.
Un'impresa di otto persone che lavora su commessa, con lavori molto differenti fra loro, ne ha più bisogno di una di quaranta che produce un articolo unico in serie.
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